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L’aumento dell’aspettativa di vita sta conducendo a una popolazione sempre più anziana, con le problematiche che si accompagnano a questa fascia d’età. In particolare, le patologie neurodegenerative (Malattia di Alzheimer e altre forme di demenza) sono destinate ad aumentare. Tali patologie si caratterizzano per una graduale predita della funzionalità cognitiva, accompagnata da alterazioni a livello affettivo-comportamentale e da un decadimento funzionale della persona (svolgimento di attività quotidiane come gestire il denaro, prepararsi i pasti e mangiare, vestirsi e lavarsi). 

La perdita di abilità che accompagna le demenze fa sì che i familiari dei pazienti spesso debbano prendersi cura di loro, diventandone i caregiver. Circa l’80% dei pazienti con demenza vive infatti presso la propria abitazione, gravando sulla famiglia. Il costo dell’assistenza informale prestata da un familiare a un paziente con si attesta intorno ai 35.000 euro l’anno (Gambina et al., 2003).

A questo bisogna aggiungere il carico che tale attività comporta, cui conseguono spesso problematiche di natura fisica e psicologica (Monin & Schulz, 2009). I caregiver, infatti sono definiti le hidden victims delle demenze, ossia le vittime nascoste. Prendersi cura di un genitore (o di un suocero) anziano è un compito altamente stressante dal punto di vista psico-fisico, soprattutto se a farlo sono persone (nella maggior parte dei casi donne) che devono provvedere anche ai bisogni dei figli, magari adolescenti e gestire la propria attività lavorativa. Questa particolare fascia di popolazione, la cui età può estendersi tra i 45 e i 60 anni circa, costituisce i caregiver intergenerazionali. 

Spesso, queste persone sperimentano un disagio emotivo legato al proprio ruolo di caregiver, all’ansia del prendersi cura “nel modo giusto” degli anziani e di dedicare abbastanza tempo ai propri figli e al proprio lavoro; altra frequente problematica è la mancanza di tempo per se stessi e per lo svolgimento di attività sociali piacevoli. Frequentemente devono abbandonare il lavoro o diminuire le ore ad esso dedicato, sperimentando un senso di perdita di prospettive e di obiettivi che può condurre a sintomi depressivi. Anche la salute peggiora: i caregiver di pazienti con demenza hanno maggiore probabilità di presentare patologie fisiche e di sviluppare demenza a loro volta.

L’aumento dell’aspettativa di vita e il calo demografico nei paesi industrializzati costituiscono fenomeni di rilevanza che hanno portato la popolazione mondiale a essere sempre più anziana. In particolare, in Italia gli individui con più di 65 anni si attestano a oltre il 20% della popolazione. Sebbene sia ormai stata superata la visione dell’invecchiamento come una fase della vita fatta solo di perdite dal punto di vista fisiologico, cognitivo e funzionale, è innegabile che l’invecchiamento costituisca il maggiore fattore di rischio per lo sviluppo di patologie neurodegenerative

Il decadimento cognitivo è strettamente legato a fattori di rischio modificabili nel corso della vita ed è ormai un dato accertato che condurre uno stile di vita sano già da giovani protegge enormemente dallo sviluppo di demenze. Tali patologie si caratterizzano per una diminuzione progressiva delle abilità cognitive (memoria, attenzione, linguaggio…) e funzionali dell’individuo. Se è normale che il funzionamento cognitivo subisca dei cambiamenti legati all’avanzare dell’età, come per esempio una maggiore difficoltà mnesica o una ridotta velocità di elaborazione delle informazioni, quando tali difficoltà cominciano anche lievemente a peggiorare lo svolgimento delle attività lavorative o casalinghe della vita quotidiana, diventa di primaria importanza effettuare dei controlli specifici sulla salute del proprio cervello.

Da sottolineare, inoltre, come l’età anziana sia maggiormente associata allo sperimentare i sintomi di depressione, ansia, dolore cronico, perdita dell’udito o patologie croniche (per esempio cardiovascolari), che possono peggiorare la performance cognitiva a livello oggettivo o soggettivo.

La salute psico-fisica della donna, tra le altre cose appare essere indistricabilmente legata alla funzionalità riproduttiva, i cui cambiamenti sono molteplici dalla pubertà all’età anziana. Dopo i 40 anni circa la donna si trova a fronteggiare la fase della vita in cui passa dall’avere la possibilità riproduttiva a non averla più. 

Nei paesi industrializzati la menopausa avviene mediamente intorno ai 51 anni, e costituisce un periodo durante la quale, tra le altre cose, le alterazioni ormonali possono condurre a sperimentare difficoltà emotive e corporee. 

Poiché l’aspettativa di vita è aumentata enormemente le donne si trovano a percorrere un periodo della vita sempre più lungo dopo la menopausa, e per molte di esse la qualità di vita diminuisce notevolmente a causa dei disturbi psico-fisici legati a questa fase della vita, a cui si associa una maggiore probabilità di essere esposte a patologie quali diabete, obesità e disturbi vascolari e di sperimentare sintomi psicologici come depressione e insonnia. 

Tali fattori, inoltre, sono legati a una peggiore performance cognitiva, che influenza negativamente le attività quotidiane e il benessere percepito. Una delle maggiori difficoltà esperite durante questo periodo di vita riguarda l’accettazione dei cambiamenti corporei e il mantenimento di una soddisfacente vita sessuale. 

Spesso, inoltre, le donne non sono adeguatamente informate sulla modalità più adeguata con cui affrontare alcuni sintomi della menopausa, e questo limita enormemente la possibilità di farvi fronte.

L’effetto del pensionamento sul benessere psicofisico dell’individuo è oggetto di studio della psicologia a partire dagli anni ’50. Indubbiamente il momento in cui ci si avvicina alla pensione costituisce un punto di svolta nella vita di un individuo, e può portare con sé benefici, ma anche effetti negativi. In particolare, esiste un fenomeno definito “ansia da pre-pensionamento”, che indica un aumento di preoccupazione e ansia nel periodo precedente al pensionamento relativamente all’aspettative delle conseguenze che questo avrà sulla propria vita. 

Terminare la propria attività lavorativa implica una riorganizzazione del proprio tempo e delle proprie attività, e la possibilità di intraprendere attività piacevoli è strettamente legata alle risorse socio-economiche e allo stati di salute degli individui. In alcuni casi può succedere di sperimentare una luna di miele nel periodo immediatamente successivo all’inizio della pensione, per passare successivamente a una scarsa soddisfazione del proprio nuovo status.

È quindi frequente che, avvicinandosi all’età pensionabile, gli individui ridiscutano obiettivi e progetti della propria vita futura. Spesso, soprattutto se le persone hanno raggiunto livelli lavorativi di rilievo (in termini di impiego e in termini di status sociale), il pensionamento può condurre a sperimentare una vera e propria perdita di identità, con conseguente malessere psicologico.

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