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Il coming out, dall’inglese “uscire allo scoperto”, è la decisione consapevole di voler dichiarare agli altri il proprio orientamento sessuale e affermare la propria identità.

Al termine del processo di coming out molte persone omosessuali si sentono sollevate, diventano più forti e sicure di sé stesse, con effetti benefici anche sulla propria personalità e autostima.

Non vi è un unico modo per fare coming out. Ognuno valuterà le condizioni di vita e le persone ad egli vicino.

Tutt’altra storia quella dell’outing, ovvero quando qualcun altro svela il segreto tanto nascosto, creando paura e terrore in chi vive l’outing. Un’esperienza che travolge la persona omosessuale che non voleva far conoscere il proprio orientamento sessuale.

Accettare il proprio orientamento sessuale è sempre doloroso e deve attraversare pregiudizi, stereotipi e ignoranza. Spesso ci si sente soli, e non si sa con chi parlarne per paura di essere giudicati o forse perché dirlo a qualcuno significherebbe anche dirlo anche a sé stessi.

Molte persone, inoltre, hanno paura di essere rifiutati o esclusi dalla famiglia, dagli amici e dai colleghi di lavoro e, pertanto, tengono nascosta la loro vera identità.

Il processo di accettazione e uscita allo scoperto avviene gradualmente passando da un coming out interiore in cui la persona ammette a sé stessa di essere omosessuale e un coming out esterno, ovvero la capacità di portare questa consapevolezza nel rapporto con gli altri.

Non ci sono regole per accettarsi e non c’è nulla di sbagliato, se non rinunciare alla possibilità di amare e di vivere quell’amore proprio come farebbe una persona eterosessuale.

Tutte le persone omosessuali subiscono quello che viene definito come minority stress, ovvero quello stress provocato dal fatto di essere una minoranza sottoposta a pregiudizio e discriminazione. Con una caratteristica peculiare, spesso chi fa parte di una minoranza ha il sostegno della propria famiglia. Purtroppo, al contrario, quello che spesso succede è che la famiglia della persona gay o lesbica assume atteggiamenti ostili e di rifiuto, così essere sé stessi diventa complesso e doloroso.

Tendenzialmente, circa la metà delle coppie omosessuali maschili non è monogama e ciò spesso determina maggiori conflitti all’interno della relazione.

A differenza delle coppie eterosessuali, quelle omosessuali tendono ad avere meno sostegno e meno interferenze negative da parte della famiglia, lesbiche e gay tendono a rimanere amici con i propri ex e ancora non vi è una netta divisione dei ruoli rispetto a chi deve fare cosa.

Ma sostanzialmente una coppia omosessuale non mostra differenze rilevanti rispetto ad una coppia eterosessuale quanto a numerosi fattori, quali la complicità, il grado di coesione, la costruzione di modelli di coppia, la comunicazione nella coppia, l’intimità.

Gay e lesbiche cercano amore e coesione proprio come gli eterosessuali.

“Non vi è alcuna evidenza scientifica che l’essere adatti alla funzione genitoriale sia legato all’orientamento sessuale dei genitori. In altre parole, i genitori lesbiche e gay possono, allo stesso modo dei genitori eterosessuali, fornire ambienti di sviluppo sani e favorevoli ai loro figli”.

Questa è la dichiarazione ufficiale dell’APA (American Psychological Association) fonte autorevole a livello mondiale nel campo della psicologia; la quale, a fronte di un gran numero di ricerche scientifiche ha dimostrato che la regolazione, lo sviluppo ed il benessere psicologico dei bambini non siano correlati all’orientamento sessuale dei genitori e che i figli di genitori gay e lesbiche abbiano le stesse probabilità dei figli di genitori eterosessuali di prosperare.

La posizione dell’APA, peraltro la stessa di altre organizzazioni professionali e scientifiche europee e italiane, ha avuto dei risvolti politici notevoli e ha fatto finalmente chiarezza in merito ad un tema così delicato.

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