Psicologia giuridica e perizie

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Se subiamo un trauma, per dolo e/o per colpa di qualcuno, abbiamo il diritto di richiedere un risarcimento economico. La maggior parte delle persone ha ben presente che questo è possibile quando subiamo dei danni fisici, come in un incidente stradale o nei casi di mala-sanità. Ciò che invece è meno chiaro, è la possibilità di richiedere un risarcimento anche quando il danno non è esclusivamente biologico. Vi sono tre fattispecie di danno risarcibili:

  • Il danno psicologico prevede che un evento traumatico causi un pregiudizio sulla salute psichica, dando luogo quindi a una psicopatologia conclamata. Col danno psicologico si evidenzia una vera e propria patologia mentale, come ad esempio, un Disturbo Post-Traumatico da Stress;
  • Il danno da pregiudizio esistenziale indica invece che sia presente un peggioramento della qualità della vita, riconducibile non esclusivamente alla salute psico-fisica ma, piuttosto, ai valori dell’esistenza della persona danneggiata. Il danno esistenziale dunque prevede che, anche in assenza di psicopatologia, vi sia uno sconvolgimento della vita quotidiana;
  • Infine, il danno morale riflette il livello di sofferenza soggettivamente percepita.

È facilmente comprensibile come la quantificazione oggettiva della salute psichica e del grado di sofferenza, diventa argomento di elevata complessità: si rende necessaria una valutazione psicologica esperta e approfondita, che possa motivare – attraverso, ad esempio, cartelle cliniche, test psicologici e documenti medici – le percentuali di danno riscontrate.

È chiaro che per richiedere il risarcimento economico di questo tipo di danno, è necessario che l’evento traumatico subito sia lecito e documentato. Gli ambiti di riferimento sono tra i più vari, tri i più frequenti:

  • Infortunistica Stradale;
  • Morte di un congiunto;
  • Danno da wrongful life (nascita con malformazione non diagnosticata dagli esami perinatali);
  • Danno da nascita indesiderata;
  • Danno da Mobbing lavorativo;
  • Danno da Demansionamento e da Licenziamento senza giusta causa;
  • Infortunistica professionale;
  • Danno da colpa professionale;
  • Danno da menomazione della capacità visiva;
  • Danno estetico;
  • Mala-sanità;
  • Idoneità per la ratificazione di attribuzione di sesso;
  • Danno ambientale;
  • Tutela della Privacy;
  • Bioetica;
  • Danno alla Reputazione;
  • Libertà di pensiero;
  • Stalking;
  • Maltrattamento e lesioni fisiche;
  • Abuso su donne o minori;
  • Illeciti penali subiti e costituzione di parte civile;
  • Gaslighting (violenza psicologica in cui si fa dubitare la vittima della propria memoria e percezione).

Vi è mai capitato di avere un anziano parente che, senza esserne consapevole, ha sottoscritto al telefono un contratto, con la complicità di un abile truffatore? Oppure un altro col vizio del gioco e con libero accesso al conto corrente di famiglia?

Ci sono purtroppo delle situazioni drammatiche che richiedono un aiuto di non facile attuazione. Tutelare per rendere liberi: significa creare quelle condizioni che non sono richieste (e magari non volute) dalla persona in questione, ma di cui ha più bisogno in realtà.

L’amministratore di sostegno (AdS) potrebbe essere una soluzione a questo dilemma: è una figura istituita per coloro che si trovano nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, per effetto di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica.

Gli anziani e i disabili, ma anche gli alcolisti, i tossicodipendenti, le persone detenute, i malati terminali, persone colpite da ictus o da degenerazioni cognitive, ecc. possono ottenere (o meglio i loro parenti per loro) che un giudice tutelare nomini una persona che abbia cura della loro persona e del loro patrimonio.  L’Amministrazione di Sostegno è un istituto che mira a tutelare, in modo transitorio o permanente – per infermità o menomazioni fisiche o psichiche, anche parziali o temporanee – coloro che non hanno piena autonomia nella vita quotidiana e si trovano nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi.
Per richiedere l’amministrazione di sostegno si deve presentare un ricorso, per cui non è necessaria l’assistenza di un avvocato.

Dato che il focus rimane sempre sulla tutela degli interessi della persona e del suo benessere, si tenderà a scegliere una persona affettivamente vicina, affinchè l’amministrato possa davvero sentirsi tutelato da un AdS di cui già si fida. Per questo si tende a privilegiare:

  • la persona stabilmente convivente;
  • il coniuge che non sia separato legalmente;
  • padre o madre, figlio, fratello o sorella;
  • parenti entro il quarto grado;
  • una specifica persona di fiducia designata tramite scrittura privata o atto pubblico;
  • il soggetto designato dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata.

È bene evidenziare che l’Amministrazione di Sostegno non prevede l’annullamento della capacità a compiere degli atti giuridici (in questo si differenzia dall’Interdizione): la persona mantiene la capacità di compiere tutte quelle attività di vita quotidiana che non richiedono l’assistenza dell’AdS, senza minare la dignità della persona e che possono continuare a farlo sentire in grado di badare a se stesso.

In questo contesto, lo psicologo fornisce una maggiore comprensione della situazione psicologica della persona, che tenga conto dei fattori pregressi che l’hanno originata e delle possibili evoluzioni future; individua bisogni e risorse sulle quali fare leva per sostenerlo nella maggiore espressione possibile di sé, compatibilmente con le limitazioni dell’autonomia.

Da un punto di vista pratico, viene nominato un CTU (Consulente Tecnico di Parte) da parte del Giudice, o in alternativa viene richiesta l’assistenza di un CTP (Consulente Tecnico di Parte) direttamente da una delle parti interessate. In entrambi i casi, verranno svolti dei colloqui di valutazione, allo scopo di conoscere la persona, il suo stato di salute attuale e pregresso e individuare quali sono le limitazioni dell’autonomia; vengono inoltre somministrati dei test psicologici per dare maggior valore scientifico alle ipotesi del Consulente. Infine, viene redatta una relazione che sintetizza i contenuti emersi dalla valutazione svolta ed esprime il suo parere scientifico in merito alla necessità di un Amministratore di Sostegno.

Se siete degli appassionati delle serie tv come “Criminal Minds” e “Lie to me”, rimarrete profondamente delusi nello scoprire che i set cinematografici sono cosa ben diversa dalla vita reale; in Italia, soprattutto, non si fa niente di tutto ciò. Certo, sono sempre stimolanti le interviste televisive del criminologo di turno, che espone la sua tesi su un caso risolto o su un’indagine ancora in corso; in quest’ultimo caso diventa frustrante, per la maggior parte delle volte, ascoltare opinioni diverse che si confutano l’un l’altra, senza riuscire capire a chi dar credito. Potrebbe insorgere nell’ascoltatore (e molte volte succede proprio questo) l’idea che la Criminologia sia una scienza inaffidabile e priva di fondamento. In realtà è solo inesatta, come qualsiasi altra scienza umanistica: tutto sta nel metodo con cui viene applicata. Si aggiunge inoltre per chiarezza, che la Criminologia non è una disciplina a sé stante, ma è una branchia trasversale a innumerevoli professioni, come psicologi, psichiatri, sociologi, ingegneri, biologi, ecc.

In Italia, dicevamo, al di là degli opinionisti televisivi, gli psicologi che lavorano in quest’ambito fanno tutt’altro: attraverso una valutazione approfondita e rigorosa, mediante l’utilizzo di protocolli di lavoro riconosciuti dalla comunità scientifica, si risponde a dei quesiti psicologici (posti dai Giudici o dagli avvocati difensori) relativi alla persona che ha commesso un illecito penale. Solitamente, la maggior parte delle richieste riguardano la Capacità di Intendere e di Volere, la Capacità di stare in giudizio (ovvero di autodeterminarsi durante il processo), l’incompatibilità col regime carcerario e la Pericolosità Sociale.

Capita a volte, purtroppo, che all’interno di un processo si inserisca un minore come testimone oppure come vittima, ad esempio di un abuso. La sua tutela diventa fondamentale, per cui non si farà salire sul banco dei testimoni per evitare ulteriori traumi dovuti dal contesto giudiziario, ovviamente non adatto a un bambino. La sua testimonianza verrà acquisita in separata sede da un Giudice, aiutato da uno psicologo esperto, attraverso l’Audizione Protetta. Il rischio dei falsi positivi (testimonianza di reati inesistenti) è molto alto in questi casi e il livello di suggestionabilità è tanto più alto quanto è più piccolo il minore. È chiaro che ottenere informazioni chiare e attendibili da parte di un bambino molto piccolo è compito assai arduo, di conseguenza tutto dipende dal tipo di domande che vengono poste, attraverso dei rigidi protocolli d’intervista.

È sempre difficile porre fine a un matrimonio, che l’Amore sia finito oppure no. Separarsi significa elaborare il lutto della relazione e scendere a patti con il fallimento di quel progetto di vita. È indubbiamente difficile e molto doloroso e richiederà una certa quota di tempo e di energie per superarlo. Chiunque di noi che ha avuto esperienze di rotture sentimentali, ricorderà quel periodo magari con un groppo in gola e, solitamente, quanto più la relazione sarà stata lunga e significativa, tanto più lo è stata la nostra sofferenza e la nostra difficoltà nel ricominciare ad aprirsi agli altri.

Diventa ancor più difficile se vi sono dei figli in comune: si smette di essere una coppia coniugale ma si rimarrà per sempre una coppia genitoriale. Se questi due piani sono ben distinti, sarà meno complesso accedere ad una separazione consensuale; i figli, che inevitabilmente subiscono passivamente questa decisione, vengono quindi messi in primo piano, tutelando così il loro benessere, sebbene si tratti di un momento insidioso e delicato. Tutto questo renderà meno traumatico il passaggio da nucleo familiare unito a diviso, per tutti i suoi componenti.

Purtroppo però non sempre questa soluzione è facilmente accessibile. A volte la rabbia tra due persone è così forte che non lascia spazio a nient’altro. Si rimane incistati nel ruolo di ex coniuge, ex amante o ex convivente e in questo turbinio di emozioni rancorose si perde il senso di coppia genitoriale. A volte le rivendicazioni sono così forti che, senza rendersene conto, i figli possono essere “utilizzati” per far male all’altro (vedi la Sindrome di Alienazione Parentale). Sono questi i casi in cui si procederà per una separazione giudiziale, in cui sarà un Giudice ad emettere in via provvisoria dei provvedimenti circa l’affidamento dei figli, l’assegnazione della casa coniugale e la cifra dell’assegno di mantenimento.

In Italia vale il diritto alla bigenitorialità: la legge 54/2006 sancisce che la priorità va data al benessere dei figli e al loro diritto a mantenere un rapporto continuativo con entrambi i genitori. È quindi facilmente deducibile che qualunque genitore reclami l’affidamento esclusivo, senza che vi siano reali e concrete motivazioni per richiederla, corre un grave rischio: minacciando l’istituto della bigenitorialità, potrebbe ledere un diritto indiscutibile del minore di mantenere i rapporti con entrambe i genitori e con entrambe le famiglie dei genitori

Nelle situazioni più difficili e complesse, come ad esempio i casi di presunta Alienazione Parentale (PAS), verrà disposta una CTU – Consulenza Tecnica d’Ufficio: viene dunque nominato un consulente psicologo che avrà il compito di valutare il grado di sofferenza di tutto il nucleo familiare. Solitamente il Giudice chiede al CTU di esporsi in merito a:

  • l’affidamento e il collocamento dei minori;
  • la calendarizzazione del diritto di visita del genitore non collocatario;
  • la proposta dell’inserimento di alcuni Enti pubblici qualora ve ne fosse la necessità (come ad esempio un percorso di mediazione per i genitori, l’inserimento di un educatore presso il domicilio,ecc.)

La CTU ha una durata media di 60/90 giorni e si compone di colloqui individuali e congiunti coi genitori, colloqui/osservazione dei minori (a seconda dell’età), colloqui con altre figure parentali, incontri con figure terze (come insegnanti, nuovi compagni degli ex-coniugi, Servizi pubblici se interessati) e test psicologici da somministrare al nucleo familiare ristretto.

In questo iter è presente non solo il CTU e un suo eventuale collaboratore, ma anche i CTP (Consulenti Tecnici di Parte), qualora vengano nominati. Questi ultimi sono sempre professionisti psicologi che vengono però assunti dai genitori; il loro compito è quello di accompagnare il genitore in questo difficile percorso, verificare il corretto operato del CTU, proporre l’ascolto di figure non direttamente richieste nel quesito e garantire il principio del contraddittorio, sempre nell’ottica di lavorare nell’interesse dei minori (e non dei propri clienti!).

Al termine del percorso di valutazione, il CTU redigerà una bozza della relazione finale al fine di rispondere al quesito del Giudice, da sottoporre ai CTP. Questi ultimi avranno il compito di scrivere a loro volta una relazione con le loro osservazioni e/o le loro critiche. Il tutto confluirà infine nella relazione finale, che verrà depositata entro i termini previsti, in modo tale che il Giudice possa visionarla e prendere una decisione in merito, esposta poi in udienza.

La PAS è una sindrome della relazione (e non del singolo!) complessa e ambigua, difficile da riconoscere anche per i professionisti. Si insinua nelle situazioni di elevato conflitto coniugale, dove i figli spesso vengono sballottati da un genitore all’altro, poco salvaguardati dalla guerra tra mamma e papà, che sono ormai fagocitati dal loro reciproco rancore.

Quando poi la guerra diventa particolarmente sanguinosa, può accadere che il genitore affidatario, volontariamente o no, dia avvio a una sorta di “lavaggio del cervello” volto a far sì che il figlio metta in atto una campagna di denigrazione ingiustificata nei confronti del genitore non convivente.

D’ora in avanti chiameremo “genitore alienante” colui che esercita la PAS e “genitore alienato” colui che la subisce. Va però chiarito un punto importante: come detto, la PAS è un disturbo della relazione, quindi di un sistema, non di un individuo soltanto!

Proviamo a chiarire meglio la questione con un classico esempio, madre alienante e padre alienato:

quando siamo in conflitto con qualcuno, in questo caso il nostro ex partner, tendenzialmente proveremo emozioni come la rabbia e il rancore. Queste ci segnaleranno quindi una situazione di pericolo, ovvero la minaccia al mio ruolo di genitore da parte dell’altro genitore. Se mi sento in pericolo, posso attaccare o posso difendermi; in entrambi i casi la mia attenzione è solo sull’ex, non più sul figlio, proprio perché il nostro cervello avverte una situazione di emergenza. Se caliamo tutto questo sui classici canoni genitoriali (la mamma più accudente e il padre più orientato alle regole), possiamo vedere come la madre possa, inconsapevolmente, sfruttare il suo “vantaggio affettivo” col figlio per creare una sorta di alleanza. Quest’alleanza però è bene tener presente che non può crearsi se non trova già un terreno fertile, ovvero se il rapporto padre figlio è già precedentemente influenzato da qualche tipo di difficoltà (di comunicazione, di scambio affettivo, …).

Ovviamente questo è un mero esempio, ma ciò che è importante tenere a mente è che, come ogni conflitto, si è sempre almeno in due ad alimentarlo.

L’atteggiamento del bambino che rifiuta l’altro genitore per un patto di lealtà con il genitore ritenuto più debole, può condurlo ad una forma di invischiamento capace di produrre nella sua crescita non solo una situazione di sofferenza, ma anche una serie di problemi psicologici alienanti.

Il comportamento del figlio, rispetto alla richiesta di coalizione da parte di un genitore, dipende dalla sua età: prima dei nove anni tenderà a sentirsi legato ad un conflitto di lealtà verso entrambe i genitori; dai nove ai dodici anni cercherà invece di allearsi con un genitore a discapito dell’altro, probabilmente come tentativo di risoluzione del conflitto, oppure per evitare che egli venga frapposto tra la coppia genitoriale, senza però riuscirci. Comunque sia, a lungo termine, i costi psicologici per il minore saranno purtroppo elevati.

In ambito giudiziario i comportamenti che definiscono la PAS delineano una violazione dei diritti del minore alla bi-genitorialità e per questo è lecito ogni provvedimento messo in atto nell’ambito della tutela del minore stesso. È bene però evidenziare, come anche la Corte Edu ha segnalato, che le misure deputate al riavvicinamento tra il genitore alienato col proprio figlio debbano essere attuate nell’immediato infatti più tempo si aspetta e maggiore sarà il rischio di conseguenze irreversibili, questo riavvicinamento dovrà ovviamente essere accompagnato, per trarne il maggior beneficio possibile.

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