Gestione della genitorialità

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La nascita di un figlio, del primo in particolar modo, rappresenta un evento di grande gioia per la coppia, connotato da un da una forte valenza emotiva e sociale, ma allo stesso tempo la portata delle forze psicologiche in atto durante l’attesa del figlio può essere difficile da gestire.
Basta pensare a tutte le modifiche che la coppia deve affrontare nel passaggio da un’organizzazione prettamente diadica e coniugale ad una triadica in cui gran parte delle energie deve essere ridiretto verso il nuovo arrivato, per rendersi conto di come tale avvenimento necessiti di un grande impegno psicologico da parte della coppia, che è chiamata ad assumersi le responsabilità proprie del ruolo genitoriale.
I genitori anche prima di aver “conosciuto” a tutti gli effetti il figlio, si formano delle idee ed aspettative su di lui, frutto spesso dei loro sogni ma anche del loro passato, della voglia di riscatto o delle loro speranze. Se di per sé questo non rappresenti un fenomeno negativo, rischia tuttavia di aggravarsi quando le aspettative genitoriali diventano rigide e poco realistiche, in quanto rischiano di venirsi a scontrare solo successivamente con la realtà, e se dovessero venire disattese diventerebbe più difficile arginare i vissuti di perdita di sicurezza e incapacità conseguenti
I neogenitori, fin dal concepimento del bambino, devono affrontare una serie di cambiamenti delle strutture personali e interpersonali, con lo scopo di preparare le relazioni e la famiglia all’arrivo del nuovo membro.
La coppia in attesa, per affrontare compiti di sviluppo richiesti dal dover diventare genitori deve impegnarsi per aumentare la coesione tra i membri della famiglia ed elevare le capacità di adattabilità per far fronte ai cambiamenti che l’arrivo di un figlio comporta e deve essere in grado di ridefinire i confini familiari per adattarli all’arrivo del nuovo membro

In un’era digitale come la nostra, dove anche i bambini hanno modo di utilizzare pc, smartphone o tablet, l’audience digitale totale ammonta a 34,2 milioni di utenti, ovvero il 62% della popolazione dai due anni in su. Dati molto recenti del primo Rapporto Auditel-Censis rivelano che nella fascia d’età 4-10 anni il 17,6% ha il cellulare e il 49,2% è connesso al web mediante anche altri strumenti tecnologici. I nativi digitali, nati dal 2000 in poi, sono la prova degli effetti sociali delle nuove tecnologie.

In un tale scenario il compito genitoriale diventa tanto più complesso quanto fondamentale nel limitare e gestire al meglio l’utilizzo delle tecnologie dei propri figli.

Lo stile genitoriale che appare migliore, creando un equilibrio tra la rigida autorità e la libertà assoluta è quello autorevole. Il genitore autorevole è colui che ha ben presente sia i propri diritti, doveri e bisogni che quelli dei figli, comunica loro regole chiare spiegandone il significato, cercando un confronto razionale con loro; è un genitore che interagisce molto con i propri figli, è emotivamente coinvolto ma allo stesso tempo cerca di inserirsi e interrompere le azioni nel momento in cui queste non rispettano le regole concordate

Per quanto riguarda le nuove tecnologie a volte questo compito risulta più difficile anche perché, molto spesso i nostri figli risultano essere molto più competenti di noi adulti, che non siamo nativi ma solo immigrati digitali.

Il fine ultimo è la protezione dei figli e non il controllo.

Le circostanze culturali e sociali sono mutate, i mezzi tecnologici a disposizione hanno permesso una vera e propria rivoluzione attuata in molteplici settori di vita: è vero, oggi i nostri ragazzi usano gli smartphone e le tecnologie nei modi più disparati (i giochi a realtà aumentata vivono un periodo di fiorente diffusione) e noi…giocavamo a nascondino. Cambiano i modi di espressione ma essere figli rappresenta comunque una condizione che implica bisogni più forti dei doveri, un momento particolare in cui le fragilità vanno riconosciute e accompagnate.

L’era di Internet è l’era della rivoluzione, il periodo storico in cui l’uomo analogico si ritrova in un mondo digitale.

Ma per un genitore cosa vuol dire misurarsi con questo nuovo mondo?

Gli adulti di oggi si confrontano con adolescenti che non si pongono affatto la questione su cosa sia analogico e digitale, essi stessi sono ‘nativi digitali’ e spesso senza paragone con il prima: nascono e crescono in un ambiente in cui virtuale e reale vivono in perenne rapporto di scambio; dove il successo dei giochi a realtà aumentata racconta di fantascienza non più così lontana.

Molti genitori, forse tutti i genitori di oggi, sono genitori analogici indotti all’immigrazione digitale: sono i nuovi ‘immigrati digitali’ costretti a confrontarsi con una realtà che hanno visto trasformarsi ed evolversi tanto velocemente da fare fatica, spesso, ad adeguarvisi.

Da sempre, sia il senso comune che la psicologia tradizionale hanno associato al padre e alla madre due ruoli nettamente distinti e indispensabili: da una parte l’autorità e la regola e dall’altra l’accudimento. Fino ad oggi quasi la totalità delle ricerche sul tema genitorialità si sono focalizzati sulla figura materna e sul suo rapporto con il neonato, lasciando in secondo piano la paternità. Il ruolo paterno era prevalentemente di tipo economico-disciplinare, ovvero il padre era la figura adibita a provvedere alle necessità economiche della famiglia e a fornire regole e disciplina. Tutto ciò causava molto spesso una lontananza del padre per ragioni lavorative, andando a riconfermare la piena assunzione del ruolo educativo da parte della madre e lasciando ancora una volta la paternità sullo sfondo.

Solo negli ultimi anni si è iniziato a sostenere l’aspetto condiviso della genitorialità da entrambe le figure come testimonia ad esempio la crescente partecipazione del padre durante l’intero periodo gestazionale fino al momento della nascita, segnalata anche dalla sua presenza in sala parto. Inoltre, è sempre più diffusa l’adesione dei papà ai corsi preparto così come il coinvolgimento in tutte quelle attività di accudimento del bambino, tradizionalmente appartenenti e tipiche esclusivamente del ruolo materno

È oramai risaputo che i modelli familiari stanno subendo dei cambiamenti rivoluzionari: fino a solo un ventennio fa, la classica famiglia patriarcale la faceva da padrona e tutto ciò che divergeva da questa struttura familiare era considerato una minoranza decisamente atipica. Oggi invece separazioni e divorzi sono esponenzialmente aumentati: le separazioni dei matrimoni di lunga durata (ovvero superiori ai 17 anni), riguardano ben il 23,5% del totale (Istat, 2018), il doppio di solo vent’anni prima.

La divisione di una coppia all’interno di un sistema familiare comporta numerosi e importanti cambiamenti anche per i figli, che devono adattarsi ad una nuova situazione che non hanno deciso loro. Si fa fatica a spiegare loro i motivi della separazione e non si sa bene come gestire la situazione e quali parole usare. Spesso si cerca di non parlare troppo di ciò che sta avvenendo in famiglia, per paura da farli soffrire; purtroppo però, questa modalità di gestione dei problemi si annovera in quei falsi miti che la nostra cultura (un po’ omertosa) ha creato. Infatti, i bambini si creeranno in ogni caso una teoria della separazione e lo faranno con le informazioni a loro disposizione e col grado di sviluppo cognitivo a seconda della loro età; tutto questo spesso li conduce a darsi fantomatiche responsabilità e a provare un profondo senso di colpa di cui non parlano, ma che esprimono attraverso svariate modalità.

Per quanto dolorosa e complicata possa essere, a volte la separazione è l’unica strada percorribile e si costituisce come il male minore in quelle situazioni dove il conflitto coniugale è molto alto. È doveroso però ricordare che, sebbene ci si possa separare come coppia, non ci si può separare come genitori. Per quanto doloroso (e fastidioso) bisogna imparare a distinguere la diversità dei due tipi di coppia (quella coniugale da quella genitoriale appunto) e trovare un nuovo modo di gestire i figli in comune, mettendoli al di sopra del conflitto e delle rivendicazioni.

Ogni bambino vive delle paure differenti a seconda della fase evolutiva che sta attraversando. Esse non solo sono emozioni, ma anche reazioni fisiche e psicologiche utilissime che ci permettono di evitare i pericoli. La paura, pertanto, è un meccanismo di difesa che mette in stato di allarme l’organismo quando ci troviamo in prossimità di un pericolo o dinanzi ad un’esperienza ignota. Per questo, la risposta che ne deriva può essere l’attacco o la fuga.

La paura, come altre emozioni primarie, è inscritta nel nostro patrimonio genetico.   Anche il nostro corpo subisce delle modifiche fisiologiche: i battiti del cuore aumentano, la pressione del sangue aumenta, le pupille si dilatano, si può avere la pelle d’oca, una sudorazione accentuata, sensazione di caldo alla testa, tachicardia. In questo stato di allarme, persino gli organi interni, come reni e intestino, lavorano ad un ritmo velocissimo, tanto da produrre dissenteria e disturbi di digestione. Aumenta anche l’attenzione per tenere d’occhio i pericoli.

Più un bambino percepirà come minacciosa una situazione, più intense saranno le emozioni provate. Bisogna sempre valutare l’entità della paura, poiché se tende ad essere troppo intensa e frequente può trasformarsi in fobia ed ansia.

I bambini interiorizzano, attraverso il comportamento degli adulti e le risposte che forniscono, delle emozioni e dei modi di comportarsi. Lo stile genitoriale adottato può favorire o sfavorire il processo evolutivo del bambino ed il loro rapportarsi con il mondo circostante.

Gli adulti che adottano uno stile educativo iper-critico sono sempre pronti ad evidenziare gli errori che il bambino commette, e a gratificare poche volte il proprio figlio per i risultati ottenuti. Ciò determina nel bambino la paura di sbagliare, di essere disapprovato ed una bassa stima di sé.

Uno stile educativo perfezionistico è tipico dei genitori che vorrebbero che il proprio figlio ottenesse risultati ottimali in ogni attività eseguita. Così facendo, nel bambino si determina un’incapacità a tollerare il fallimento, la critica e la disapprovazione. I bambini educati con questo stile, diventano molto ansiosi quando si cimentano in qualcosa di laborioso e credono di valere qualcosa, solo se riescono bene ed ottengono l’approvazione altrui. Spesso, le paure più frequenti in questi bambini sono l’ansia scolastica e l’ansia sociale.

Genitori preoccupati ed ansiosi, e che hanno la tendenza a proteggere i figli da qualsiasi tipo di frustrazione adottano uno stile iperansioso-iperprotettivo. Il bambino crescerà con l’idea che qualsiasi situazione spiacevole vada evitata. Le emozioni derivanti saranno la timidezza e la paura. Il costrutto psicologico con cui dovranno convivere sarà quello che per sopravvivere bisogna assolutamente avere la certezza che le cose vadano bene.

Bisogna, infine, esplicitare che le paure nei bambini vanno rispettate e non certo utilizzate come “arma” per farlo maturare o ridicolizzarlo. Incoraggiarlo o, alcune volte, tentare una spiegazione razionale può avere un effetto inefficace; le sue paure passeranno senz’altro, ma la “cura” più efficace è rappresentata dal rispetto verso di lui, dalla pazienza e dall’occasione che gli daremo di superare le sue paure.

 

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Un aiuto per i genitori di bambini e pre-adolescenti che usano internet. Curato dal Dott. Rosario Privitera in collaborazione con la Dott.ssa Erika Giambarresi

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