Dipendenza da sostanze

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La più conosciuta e la più utilizzata tra le sostanze stupefacenti è sicuramente la tanto dibattuta Cannabis (o Cannabinoide), facente parte a tutti gli effetti della categoria degli allucinogeni. Solitamente viene definita una “droga leggera” e associata nella memoria collettiva a Bob Marley, Woodstock e ai Figli dei Fiori. In realtà negli ultimi anni, i livelli di THC (ovvero il principale principio attivo che produce lo “sballo”) nell’hashish e nella marijuana sono stati quadruplicati (e a volte anche molto di più), in modo da rendere più probabile la dipendenza e aumentare quindi i profitti dei produttori.

Olanda, Canada, Uruguay e alcuni stati in America hanno legalizzato l’utilizzo della cannabis, seppur con diverse regolamentazioni. Se poi parliamo dell’utilizzo detto “terapeutico”, i Paesi aumentano esponenzialmente, Italia compresa. Infatti, grazie ai suoi effetti antidolorifici, la Cannabis può essere prescritta dal medico come terapia del dolore per malati oncologici, con sclerosi multipla e fibromialgia ad esempio. Ovviamente sarà il medico curante a valutare l’appropriatezza della prescrizione, che avverrà comunque sotto costante monitoraggio.

Da qualche anno poi, abbiamo visto la nascita dei cosiddetti “Grow Shop”, i negozi venditori di cannabis legale, ovvero di cannabis che presenta una percentuale di THC inferiore allo 0,6%. Si può trovare davvero di tutto: alimenti, abbigliamento, integratori, cosmetici, semi e attrezzature per la coltivazione e il giardinaggio della cannabis light.

Il senso comune associa alla cannabis la sensazione di rilassatezza, moderata euforia e sonnolenza. In realtà parliamo di un falso mito: non solo gli effetti variano in accordo alla personalità del consumatore, al suo stato psico-fisico al momento dell’assunzione e agli stimoli ambientali presenti, ma possono essere diversi anche nella stessa persona da una situazione ad un’altra.

L’aumento dei livelli di THC nella cannabis, han favorito negli ultimi anni un notevole aumento degli accessi in Pronto Soccorso a causa di forti attacchi di panico dovuti all’uso di hashish e/o marijuana. Sono sempre più frequenti sintomi quali accelerazione del battito cardiaco, sudorazione, agitazione, irritazione e, in generale, uno stato di forte ansia e malessere. Ciò è dovuto al fatto che i produttori, negli ultimi decenni, hanno geneticamente modificato le piante di marijuana e il dosaggio dei principi attivi presenti nel prodotto finito.

Purtroppo, un ulteriore effetto collaterale che hanno notato i Servizi della Salute Mentale negli ultimi anni, è la pericolosità della sostanza sulle persone psicologicamente già fragili. Si è notato che l’uso dei cannabinoidi, specie in adolescenza (fascia principalmente a rischio), abbassa l’età del primo esordio psicopatologico, rendendo dunque la prognosi più complessa.

Qui in Italia un buon bicchiere di vino a pasto non si rifiuta mai. Viene anche prescritto dal medico! La nostra cultura favorisce il consumo di alcol, soprattutto in compagnia. Siamo tra i maggiori Paesi produttori di ottimo vino e il suo consumo è ben radicato nella nostra cultura. In effetti, l’alcol favorisce la convivialità perché abbassa i freni inibitori, aumenta la fiducia nelle proprie abilità, rende euforici e ha un effetto sedativo (anche e soprattutto sulle emozioni).

Spesso, le principali motivazioni che sono alla base di questo problema sono due: una motivazione individuale anestetizzante, per cui l’alcol aiuta ad allontanare i cattivi pensieri e a non sentire la sofferenza; ma vi è anche una motivazione più sociale, ovvero l’alcol come facilitatore nelle relazioni.

Quando pensiamo a una persona affetta da alcolismo, solitamente abbiamo in mente il classico “ubriacone da bar”, quello che inizia a bere dal mattino, ininterrottamente e tutti i giorni della settimana. In realtà è un po’ più complicato di così e questa complessità può aiutare il consumatore a mantenere il segreto sulla sua dipendenza, in primo luogo con sé stesso. Spesso infatti, può essere assente un’assunzione costante, ma si può assistere alle cosiddette “abbuffate di alcol”, ovvero delle intossicazioni singole ma acute. Queste sono più compatibili con gli impegni quotidiani, facilitando l’idea che il problema non esista, ma sono ugualmente pericolose.

Non molti sanno che l’unica astinenza mortale è proprio quella dall’alcol: i primi segnali possono riguardare tremori, ipertensione cardiaca, sudorazione e forti sentimenti depressivi; se non gestita con specifici trattamenti, nei casi molto gravi può portare anche alla morte.

Servizi pubblici dislocati sul territorio come il Ser.T. e il N.O.A., hanno la possibilità di prendere in carico la persona con problemi di alcolismo, sia da un punto di vista psicoterapeutico, sia da un punto di vista farmacologico. Svariate infatti sono le terapie che posso essere prescritte per aiutare concretamente la persona a resistere alla necessità di bere. È chiaro che la semplice pastiglia non risulta risolutiva del problema. La psicoterapia, insieme ai gruppi di auto-mutuo aiuto, risulta quindi fondamentale, andando a individuare le cause, i fattori di mantenimento del problema e lavorando sulla prevenzione della ricaduta.

Sostanza d’èlite che ha avuto il suo boom negli anni ’90 e 2000, la cocaina è stata da sempre utilizzata come anestetico fin dall’antichità: la sua funzione di vaso-costrittore la rende un ottimo rimedio contro il dolore, ma anche un pessimo alleato sotto le lenzuola!

I sintomi comunemente associati alla sostanza sono un’esagerata euforia, iperattività, ipervigilanza e insonnia. Questi effetti, che potrebbero risultare appetibili per lo più, sono però inevitabilmente e inesorabilmente susseguiti dai loro contrapposti: tristezza, apatia, malinconia, difficoltà di concentrazione e senso di colpa. Inoltre, l’uso prolungato della sostanza può facilmente condurre a paranoie, allucinazioni fino anche a vere e proprie psicosi.

In alcuni casi, è anche possibile poi che la cocaina abbia un effetto calmante: questo solitamente si osserva quando il consumatore ha sofferto in passato di disturbi dell’attenzione e dell’iperattività, magari senza neanche saperlo. Si verrebbe infatti a configurare quello che viene chiamato “effetto paradosso”, ovvero il processo per cui un eccitante su una persona già agitata, dia la soggettiva sensazione di calma, probabilmente perché il fattore eccitante diventa esterno (cioè la cocaina).

In generale, la cocaina incrementa i livelli di dopamina nel sistema nervoso, aumentando la sensazione di gratificazione. Di fatto, agisce sugli stessi neurotrasmettitori che vengono attivati dagli antidepressivi, ma anche dalla cioccolata!  

Avendo un alto livello di tolleranza, gli effetti piacevoli della cocaina si esauriscono in fretta e vengono superati solo con il continuo aumento della dose utilizzata. Il desiderio di riprovare di nuovo piacere e la volontà di sfuggire all’ansia che subentra ai primi sintomi di astinenza, conducono all’utilizzo compulsivo in pochissimo tempo. Il bisogno di tornare a usare la sostanza è talmente forte, che si possono mettere in atto comportamenti che mai avremmo pensato di compiere: si stima che in Italia, circa un detenuto su tre sia tossicodipendente e molto spesso, la cocaina risulta come sostanza primaria. Infatti, essendo la più costosa sul mercato e inducendo una dipendenza in poco tempo, le strade di acquisizione del denaro necessario per acquistarla possono essere tra le più “creative”, ma anche tra le più illegali.

Ad oggi non esiste alcun tipo di terapia farmacologica che supporti il processo di disintossicazione. I migliori trattamenti riguardano il monitoraggio delle urine, un buon percorso di psicoterapia che dia attenzione alla prevenzione della ricaduta e, qualora servisse, l’inserimento in una Comunità terapeutica.

In molti ricorderanno gli anni di piombo: le Brigate Rosse, gli attentati, ma anche la strage di morti per overdose. E in effetti anche oggi l’immagine tipo che si ha del “drogato” è quella dell’eroinomane anni ’90 con la siringa nel braccio. Inutile dire che purtroppo la situazione è molto più complessa di così.

Da qualche anno a questa parte si sono riaccesi i riflettori sul consumo di eroina, ma in realtà questa sostanza non è mai sparita: ha cambiato aspetto, come fanno i ricercati in fuga che si camuffano per non farsi riconoscere, ma ha continuato a commettere crimini.

È possibile che il messaggio che da vent’anni interessa le politiche sociali, ovvero che “tutte le droghe fanno male allo stesso modo”, sia stato frainteso soprattutto dai giovanissimi: se a me adolescente, dite che le canne fanno malissimo, ma io che fumo lo stesso non riscontro il danno che voi mi segnalate, potrò pensare che la stessa cosa vale anche per tutte le altre sostanze. In effetti, la volontà di alzare il livello di attenzione sulle droghe leggere, ha fatto sì che si abbassasse quello sulle droghe pesanti.

Diversamente rispetto al passato, oggi l’eroina viene per lo più fumata (e non iniettata, evitando lo stigma sociale dei famigerati buchi sulle braccia) e in interazione con altre sostanze.

In quanto oppiaceo ottenuto dalla morfina, la dipendenza fisica che produce è assai intensa perché l’organismo si abitua molto velocemente alla presenza della sostanza e gli “effetti piacevoli” fisici e psicologici che produce, tendono a diminuire drasticamente a ogni utilizzo di pari dosaggio. Gli effetti indotti sono più oggettivi, a differenza di altre sostanze: sensazione di estremo relax e di appagamento, effetto anestetizzante, rallentamento del pensiero e indifferenza verso il resto del mondo sono tra i principali.

La sindrome di astinenza è estremamente spiacevole (il famosissimo libro “I ragazzi dello zoo di Berlino” la descrive molto bene), ma raramente mette in pericolo di vita. Il metadone è il più conosciuto tra gli svariati farmaci utilizzati per la cura della dipendenza da eroina e funziona piuttosto bene, ma solo se somministrato sotto il costante monitoraggio medico. Per la somministrazione, si consiglia di rivolgersi al Ser.T. territoriale di riferimento.

Negli ultimi anni è divenuto chiaro come la dipendenza da una singola sostanza tende ad essere l’eccezione, mentre è diventata invece la regola la polidipendenza.

Secondo un recente rapporto dell’Agenzia Europea, si stima che l’Italia sia al terzo posto per abuso di cannabis e al quarto per abuso di cocaina. Le carceri italiane inoltre detengono il primato europeo per la presenza di detenuti certificati come tossicodipendenti: circa un terzo della popolazione carceraria. Indubbiamente siamo davanti a un fenomeno di massa, a cui gli enti governativi e pubblici cercano di porre rimedio. Purtroppo ciò avviene con scarsi risultati, data la drammaticità e la cronicità del problema.

Forse val la pena ragionare al contrario: prevenire non è sempre stato meglio che curare? Statisticamente parlando, è probabile che tu lettore conosca persone che fanno uso di sostanze; se pensi alla storia di vita di questa persona (per ciò che puoi saperne), potresti affermare con certezza che non vi siano state esperienze dolorose che possono aver segnato la sua vita?

In effetti, vi sono molti studi ormai che attestano la triste relazione tra tossico/alcol dipendenza ed esperienze traumatiche quali abusi e/o violenze subiti nell’infanzia, individuando un’incidenza tra circa il 20% e il 40% di abuso di sostanze tra coloro che sono affetti da disturbo da stress post traumatico.

Entrando nell’adolescenza, questo tuo conoscente ha incontrato le sostanze attraverso il gruppo di amici magari, scoprendo che queste possono anestetizzare il dolore e tenerlo non solo sotto controllo, ma anche al di sotto della soglia di coscienza. Alcol e droghe quindi vengono utilizzate come una sorta di farmaco contro il dolore.

Purtroppo tossico e alcol dipendenza tendono ad essere malattie croniche, soggette spesso a ricadute. Questo avviene perché non è sufficiente “ripulire” il corpo dalla sostanza, ma si rende anche necessario risolvere i conflitti e le profonde sofferenze che portano alla dipendenza. Bisogna poi considerare che le vittime di abuso solitamente vivono dei sensi di colpa e di vergogna paralizzanti. Quando poi l’abuso è intrafamiliare, la ricerca ci dice che la vittima preferisce dare la colpa e sé per salvaguardare il colpevole e quando si è ormai adulti, non solo dovrà fare i conti con la violenza subita, ma anche con i sensi di colpa per non essersi ribellato.

Nel percorso terapeutico sarà quindi fondamentale costruire un’alleanza tra terapeuta e paziente che possa basarsi su un rapporto di trasparenza e fiducia, prima di poter accedere ai ricordi traumatici. Una tecnica terapeutica come quella dell’EMDR aiuta a gestire i livelli di ansia e angoscia in tempi ragionevolmente rapidi, all’interno del quale l’obiettivo sarà quello di integrare i ricordi traumatici nella propria storia di vita.

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