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Utilizzando una metafora è possibile paragonare l’adolescente ad un fiume in piena.

Questo fiume scorre veloce, è tumultuoso e nel suo percorso verso il mare scopre paesaggi nuovi e incontra ostacoli. Ma il fiume ha anche degli argini e se sono solidi, pur nella piena, può trovare un buon contenimento. Gli argini dell’adolescente sono rappresentati da una parte dalla rete familiare (genitori, nonni, cugini) e dall’altra da quella degli amici.

A lungo si è pensato che l’adolescenza riguardasse esclusivamente l’adolescente stesso.

In realtà sempre più studi oggi sottolineano come in questa trasformazione ci sia un coinvolgimento pieno di tutta la famiglia che vive, a volte con preoccupazione, i cambiamenti repentini del proprio figlio, trovandosi in balia di un giovane con delle caratteristiche nuove e sempre più definite.

A volte lo sviluppo corporeo viene percepito come non armonico. Questo può portare l’adolescente a non piacersi fisicamente. In alcuni casi può svilupparsi la dismorfofobia ovvero la preoccupazione persistente per qualche difetto corporeo. Le emozioni conseguenti sono rabbia e ansia, accompagnate talvolta da chiusura e ritiro sociale.

L’apparato riproduttivo si sviluppa pienamente e fanno la loro comparsa i caratteri sessuali secondari. L’adolescente scopre una nuova identità: quella sessuale che porta con sé nuove sfide e nuove scoperte. Emozioni come vergogna e imbarazzo possono caratterizzare questo aspetto.

Lo sviluppo cognitivo porta l’adolescente a dover abbandonare la prospettiva egocentrica dell’infanzia e ad aprirsi al mondo sociale, in particolare al gruppo dei pari che sembrano assumere un peso sempre maggiore nelle sue scelte.

Infine, c’è l’acquisizione dello status di adulto che passa dal contrasto tra l’esigenza di autonomia e di esplorare nuovi lidi e il bisogno di dipendenza ed avere dei punti fermi.

Provare, sperimentare, sbagliare per capire chi si è e chi si vuole diventare, per acquisire un ruolo nella società, costituisce un percorso obbligato e naturale. Può tuttavia capitare che ci siano delle specifiche difficoltà e sofferenze che rendono particolarmente complesso questo periodo.

I campanelli d’allarme sono le emozioni negative intense e pervasive (angoscia, paura, rabbia), le conflittualità marcate e persistenti sia con i genitori (“non riescono a capirmi”, “non li sopporto più”) sia con i coetanei (“non voglio uscire”, “mi sento solo”, “non mi trovo più bene con i miei amici”), gli stalli del tema identitario e le problematiche relative all’uso dei media e riguardanti l’alimentazione. In tal caso può essere utile il supporto di un esperto.

L’adolescenza è il periodo della vita in cui si inizia a strutturare anche l’identità sessuale.
Da una parte ci sono i primi amori, spesso accompagnati da delusioni e sofferenza, dall’altra la scoperta del piacere sessuale legato ad un nuovo modo di rapportarsi e di vivere il proprio corpo. Talvolta le due dimensioni non coincidono così come dimostrano alcune ricerche in cui gli adolescenti dichiarano di preferire di fare sesso senza sentimenti.
Il motivo della scelta sembra essere quello di sentirsi vivi e di accedere al mondo adulto che li sta aspettando, senza “rischiare troppo”. Questo scollamento però nella maggior parte dei casi non è frutto di una scelta del tutto consapevole: a guidare questa scelta è la paura di provare amore e la possibilità di venire feriti. Le emozioni in adolescenza hanno una forza unica: gelosie, tradimenti, rifiuti possono essere vissuti come profondamente destabilizzanti. La messa in discussione di una relazione intima coincide spesso nell’adolescente con una messa in discussione del suo valore come persona: proprio per questo nelle relazioni intime si sceglie di mettersi in gioco a metà.

L’ultimo aspetto da considerare riguarda le modalità con cui gli adolescenti si rapportano al sesso, spesso ignorando i possibili rischi sia a livello di malattie veneree sia a livello di gravidanze indesiderate. In parte la non considerazione piena dei rischi possibili è dovuto a una non piena maturazione cognitiva e fisiologica. In parte alla difficoltà a confrontarsi con gli adulti di riferimento che vengono visti, in questo ambito in particolare, come distanti e poco inclini alla comprensione. Capita così che l’adolescente trovi le informazioni principalmente su internet o dal gruppo dei pari con tutti i rischi che ne conseguono. In questo ambito l’intervento di un esperto è consigliato quando l’adolescente vive uno scollamento profondo tra la parte sentimentale e sessuale. Lo scopo sarà quello di favorire l’integrazione tra le parti per uno sviluppo il più possibile armonico e funzionale e per la prevenzione dei rischi.

Dalla comparsa dei mass media e dello spettacolo violento fruibile alla maggior parte della popolazione, in molti hanno accusato i mezzi di comunicazione di massa di essere, almeno in parte, responsabili dell’aumento della caduta dei valori morali e della criminalità. Il culto della violenza, l’esasperazione della sessualità, la demitizzazione dei valori tradizionali e la presentazione in termini di “eroe” del criminale di turno, sono esempi di messaggi violenti e immorali che possono favorire l’identificazione con questi personaggi negativi o antisociali, soprattutto nei ragazzi adolescenti che attraversano la tipica fase del distanziamento dal proprio nucleo familiare e dell’identificazione del proprio Sé adulto. Nulla da ridire da un punto di vista cinematografico, ma se pensiamo alle più famose serie tv come Gomorra, Narcos o The Punisher, chiunque di noi si è appassionato al ruolo del protagonista criminale. La differenza tra adulti e non sta nel fatto che lo sviluppo cerebrale dei primi è ormai concluso e il loro giudizio morale non vacilla come può succedere per quello di un ragazzino adolescente.

Uno studio del 2002 (Johnson, Cohen, Smailes, Kasen & Brook) ha analizzato gli effetti delle abitudini televisive in adolescenza e nella prima metà adulta sul comportamento violento futuro stabilendo che chi guarda molta televisione è, in linea generale, maggiormente esposto alla violenza a causa della quantità dei contenuti violenti nei programmi televisivi. Un’alta esposizione televisiva a 14 anni era significativamente predittiva di manifestazioni di aggressione e di comportamento rissoso tra i 16 e i 22 anni. Anche nei confronti degli adulti l’esposizione a violenza, aggressività e arroganza esercita un’influenza significativa ma soltanto per breve tempo, in quanto persone più mature hanno più strumenti cognitivi e di analisi critica rispetto ai contenuti cui vengono sottoposti tramite i mass media, rispetto a bambini e adolescenti.

Assistere a scene di violenza per molto tempo attenua le nostre percezioni e vanifica le nostre reazioni, portando, alla lunga, all’indifferenza e all’accettazione. Forse l’aspetto più sconcertante è che circa il 75% delle scene violente teletrasmesse (compresi cartoni animati) non comporta sentimenti quali il rimorso, la critica o la punizione per chi perpetra la violenza.

Potremmo quindi dire che la sovraesposizione a programmi tv particolarmente violenti e moralmente dubbi sembra essere predittiva di comportamenti moralmente disimpegnati; da ciò però, ricavare la conclusione che i mass media abbiano senz’altro una significativa capacità di influenzamento diretto e immediato sulla condotta criminale è, oltre che superficiale e semplicistico, poco scientifico.

Essere adolescente significa iniziare a capire chi si è, chi si vorrebbe essere e con chi si vorrebbe esserlo. Per questo il gruppo di amici in adolescenza diventa così importante: attraverso i pari si cerca di capire che cos’altro si può essere, ci si sperimenta. Scelgo un gruppo piuttosto che un altro perché credo che mi piacerebbe farne parte; questo però vuole anche dire che se appartengo a un gruppo non appartengo ad altri e quindi inizio a trovare la mia identità anche in base a ciò che non sono e che non mi rappresenta. Tutto questo è inevitabilmente e comprensibilmente molto stancante, da un punto di vista mentale, psicologico ed emotivo. È talmente stancante che spesso scambiamo l’apatia dei nostri figli adolescenti per banale noia, senza quasi mai considerare che i molteplici cambiamenti che l’adolescenza richiede sono notevolmente stancanti.
Un fenomeno tipico dell’adolescenza, risultato di questa ricerca di appartenenza e di autonomia del ragazzo è sicuramente il bullismo. Si tratta di un comportamento aggressivo e ripetitivo da parte del bullo e dei suoi seguaci, nei confronti di una vittima isolata e non in grado di difendersi. Ovviamente nella vita reale non è così semplice definire e individuare il “bullo” e la “vittima”. La difficoltà nasce dal fatto che le motivazioni e la predisposizione ad acquisire questi ruoli antitetici non sono cristalline come leggiamo sui libri o su internet. Ogni ragazzo è unico e ha un mondo interno irripetibile che rende difficoltoso il banale incasellamento: non si è solo bulli e non si è solo vittime.
Non vi sono segnali d’allarme specifici sul bullismo. Ciò che però è sempre utile fare, è mantenere aperta la comunicazione in famiglia e fare caso a degli elementi di generale disagio del ragazzo, specialmente riguardante le relazioni sociali con gli amici.

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